Sui troppi supermercati in Borgo Piave

Se si cammina da via Luigi Einaudi (dove nel 2016 il Sottopasso cittadino fu occupato da un gruppo di studenti e attivisti), verso San Cassiano – si attraversa interamente Borgo Piave.

Quando penso a quel quartiere due suggestioni mi rimbalzano in testa.
– La prima si concentra su Saverio, il parrucchiere: il suo negozio è situato nell’angolo di un palazzo, affiancato da un rudere, una cascina ottocentesca che cade a pezzi.
Aperto dagli anni ’80, una decina di anni fa il proprietario ha iniziato a organizzare mostre artistiche e a invitare giovani writer nel locale: ha unito il suo mestiere al mondo dei graffiti, regalando nuova aria a una borgata cittadina composta perlopiù da sterili condomini, case popolari, una scuola, una chiesa e soprattutto piccoli negozi consueti e anonimi.
– L’altro pensiero che balena alla memoria è la Fiera del Tartufo, alla fine degli anni ’90. C’entrava poco il cibo, in quel frangente. Era usuale infatti, per i ragazzini del quartiere (me compreso), alzarsi all’alba, raccogliere le proprie cianfrusaglie e posizionarle sul marciapiede di Corso Piave; le prime Domeniche d’Ottobre si trasformavano in un vero mercato rionale, bambini con giocattoli e giochi della playstation 1 affiancati da senegalesi e dai loro manufatti in legno (a sette anni divenni consapevolmente antirazzista), di fronte il tizio col gioco delle campanelle (sigh!) e in fondo alla via i cd masterizzati – la stessa situazione la ritrovai anni più tardi al Balon di Torino. Da una quasi totale (talvolta esagerata) libertà per i cittadini, oggi  esiste un serrato controllo degli stand e complicazioni burocratiche, che permettono solo ai professionisti di esporre merce.
Non è mia intenzione idealizzare tali ricordi, bensì vorrei porre l’attenzione sui due tipi di cambiamenti proposti. Uno è di natura artistica ed è stato in qualche modo rivoluzionario (Saverio) ; l’altro è legittimo, ma esagerato e rivolto esclusivamente alle logiche di mercato e al profitto.

Ebbene, nell’ultimo quinquennio, pare che la tendenza dalle amministrazioni e dei palazzinari  albesi si diriga verso il secondo metodo d’azione, privatizzante e consumistico. In altre parole, si è valorizzato un discorso monetario, rispetto ad un incentivazione culturale, sociale o artistica.
Per darne prova ho semplicemente cercato sul web “supermercato Alba”, ho ingrandito sul quartiere Piave per contare nel raggio di 1,5 chilometri almeno 10 supermercati. Sapendo che almeno due sono in costruzione (uno dei quali presentato come Ipermercato), e che altrettanti non compaiono sulla mappa, il numero diventa esorbitante. Non stiamo parlando di piccoli negozi, o antichi alimentari, bensì di catene e franchising pronte a competere sul mercato, col fine unico d’aumentare il proprio guadagno. Anche se il numero degli abitanti albesi fosse aumentato in modo esponenziale, a stento giustificherei tale propensione a ricolmare la città di prodotti industriali. Tuttavia la crescita demografica è stabile, anzi, leggermente in calo. Suppongo che i nostri figli meriterebbero per esempio di accedere gratuitamente a librerie, biblioteche, teatri o in generale luoghi di scambio culturale. Gli spazi fisici concessi alla vendita di generi alimentari o di altre merci, sono spropositati e rischiano di rafforzare uno scenario deludente, in cui risulta più semplice comprare rispetto a conoscere, spendere invece di creare o seguire mode senza autodeterminarsi.
Personalmente mi preoccupa la questione; spero che la voce di chi non vuole essere rappresentato esclusivamente dal proprio portafogli, possa presto levarsi in volo. Sarebbe l’unica soluzione per invertire l’inclinazione delle élites – ovvero per trasformare colate di cemento in isole di uguaglianza e libertà.

Anche iniziative dal basso e spontanee, nate da esigenze profonde, come quelle trattate in questo scritto (l’organizzazione di mostre artistiche o piccoli episodi d’autogestione di quartiere) sono grida dal basso reclamanti un mondo più vivibile.

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