Sulla ‘diatriba scuola’: libertaria, statale, privata o pubblica?

A marzo di quest’anno un articolo d’opinione apparso su Dinamopress, giornale legato alla sinistra extraparlamentare, ha squarciato il già frazionato mondo dell’educazione italiana e dei movimenti annessi. “Una selva molto oscura, il neoliberismo comunitarista delle scuole parentali e libertarie” è una vera e propria accusa nei confronti di chi si slega dall’istituzione statale.
La tesi dell’articolo (condensando al massimo la lunga analisi dei due autori) coincide con il rimprovero di elitarismo: se la scuola statale è al collasso o è capitalizzata, occorre intervenire all’interno di essa per mutarla – perché costruirne una a propria immagine e somiglianza, semiprivata, è in linea con questo sistema – non crea rotture, e banalmente rischia di sponsorizzare il concetto di ‘educazione per pochi’, depotenziando l’accessibilità e i pregi della scuola statale.

Francesco Codello, anarchico, ideatore e teorico delle scuole libertarie italiane, aveva risposto su Radio Blackout ai due autori, spiegando la genesi di questi progetti educativi. Secondo l’intellettuale, una scuola libertaria è da considerarsi pubblicanon statale (la differenza dal concetto di privato è lampante, in quanto basata su inclusività, su valori anti gerarchici e lontana dal ‘modello business‘)
Dinamopress il 10 marzo 2021 ha pubblicato una replica

Il 6 giugno 2021 si è tenuto un incontro presso Casa Natura a Canale organizzato dalla rete di movimento Fiumanità e da Voli Erranti (un’esperienza libertaria nata nel Roero) ; gli ospiti hanno dato vita a un dibattito stimolante: in parte il nodo creato dall’attacco statalista è stato sciolto.
Giulio Spiazzi (fondatore della prima scuola libertaria italiana, la Kether di Verona) e Giampiero Monaca, insegnante della scuola primaria di Serravalle d’Asti (noto per il progetto Bimbi Svegli e per la sospensione dopo un’azione di disobbedienza) hanno rappresentato due posizioni in apparenza distanti , ma praticamente molto simili, connotate da un denominatore comune ascrivibile alla parola ribellione. Dopo tre ore di dibattiti, e dopo l’esposizione dei vari progetti si è giunti a una conclusione piuttosto ovvia: su molti fronti la scuola statale non funziona – la competitività, l’aziendalizzazione piramidale  degli apparati e dei servizi, la distanza dal concetto di autoproduzione e autodeterminazione, sono solo alcune delle caratteristiche da mutare – e per migliorarla occorre agire in due direzioni: sperimentazione esterna (scuole libertarie) e lotta dall’interno (pratiche di disobbedienza e mobilitazioni dal basso). Solo un dialogo tra questi due modi di creare cambiamento, uno scambio di opinioni e concetti, potrà condurre a un cambiamento significativo e quantomeno cominciare con l’invertire le tendenze negative istituzionali.

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